Dalle origini della carta fino al ‘500

Il papiro
Uno dei primi supporti per la scrittura, che precedettero la carta, fu il papiro. Questo veniva ottenuto già verso il 3500 a.C. in Egitto, incrociando le strisce ricavate dal fusto della omonima pianta, che cresce lungo le rive del Nilo. Le sostanze collanti della pianta servivano a tenere insieme il tutto. Sul papiro si poteva scrivere da una parte sola ed i fogli si avvolgevano su una bacchetta di legno. Da qui la parola volume derivata dal latino
volvere.
La pergamena
Nel 170 a.C. fu realizzata a Pergamo, città dell’Asia Minore, la pergamena, pelli di animali trattate e conciate. I fogli di pergamena presentavano il vantaggio di poter ricevere la scrittura da entrambi i lati e quindi di venire tagliati e riuniti per formare un codice. La pergamena era più costosa del papiro e per questa ragione non poté mai sostituirlo. Mentre di papiro ai nostri giorni non si parla più, la pergamena viene usata anche attualmente ed è destinata alla scrittura di documenti che si intendono tramandare attraverso i tempi.
La carta
La carta venne realizzata in Cina verso il 105 d.C. da T’sai Lun, dignitario del Celeste Impero, che riuscì ad ottenere fogli lisci e sottili da uno speciale impasto di fibre ricavate dal gelso e dal bambù. T’sai Lun osservò il formarsi di un sottile strato di piccole fibre sul pelo dell’acqua dopo il lavaggio di stracci particolarmente logori da parte delle donne cinesi al fiume. Raccolse lo strato che si era formato in un’ansa del fiume ai suoi piedi e lo mise ad asciugare al sole. Ben presto l’impasto raccolto divenne consistente e bianco: T’sai Lun ebbe l’idea di scriverci e…
Solo verso il 750 d.C. la fabbricazione della carta arrivò in Occidente in seguito ad una guerra fra cinesi ed arabi: questi ultimi presero fra i prigionieri dei cinesi fabbricanti di carta. Verso il 1000 la produzione della carta si affacciò in Egitto e con essa scomparve ben presto la produzione del papiro.
In Italia la carta apparve nel XII secolo e incontrò una rapida fortuna, soprattutto a Fabriano. Ai maestri fabrianesi si devono numerosi perfezionamenti nella fabbricazione della carta: dalla collatura, alla gelatina, alla filigrana. Si crearono centri di produzione ovunque vi fosse acqua per far girare le macine cosicché, sul finire del Medioevo, l’Italia divenne il paese europeo dove se ne produceva la maggiore quantità. La materia prima fibrosa era costituita da stracci di cotone e di lino (gli arabi usarono anche la canapa).
Come si fabbrica la carta
La carta è composta principalmente di fibra cellulosa, ottenuta dal legno, da stracci o da carta usata (oppure da una combinazione di questi tre elementi). Il tipo di carta è determinato dalla natura della fibra usata. Il legno delle conifere ha una fibra lunga, che rende resistente la carta finita. Il legname può essere trasformato in pasta mediante processi chimici o meccanici: la trasformazione in pasta a opera di agenti chimici produce carta di migliore qualità, ma il processo risulta più costoso; la trasformazione in pasta effettuata meccanicamente dà origine a carte meno permanenti, come quelle usate per i quotidiani. Prima di essere trasportata alla cartiera, la pasta viene lavata, setacciata per asportarne le impurità, sbiancata e poi battuta, affinché liberi una sostanza gelatinosa che tiene assieme la fibre. Nella cartiera, alle balle di fibra vengono aggiunte collante e coloranti. Il caolino è l’additivo più comune, serve da riempitivo delle irregolarità superficiali, migliora il colore e l’opacità della carta e si usa anche come collante di superficie per carte a finitura molto lucida. La pasta viene quindi macinata, passata sotto pressa per l’estrazione dell’acqua ed essicata. La superficie subisce successivamente una rifinitura ed una lisciatura sotto pesanti rulli di ghisa: un’operazione detta calandratura, che determina il livello di brillantezza della carta. Il prodotto finito si presenta su bobina e quindi viene tagliato per le macchine alimentate a fogli. La carta è molto sensibile all’umidità e va conservata in ambienti a temperatura e umidità relativa costante, per evitare deformazioni.

La tecnologia dalle origini al ‘500
L’invenzione della stampa si fa comunemente risalire alla metà del 1400 e viene attribuita a Johannes Gutenberg da Magonza. In realtà Gutenberg inventò un vero processo industriale, comprendente: i caratteri mobili forgiati in metallo tenero e fondibile ottenuti in rilievo da una matrice, il processo di composizione con le relative attrezzature e la macchina da stampa identificata nel torchio. La stampa in rilievo era già utilizzata dai Sumeri, che facevano ruotare dei cilindri sopra i documenti ufficiali, nonché dai Cinesi, che riportavano disegni su tessuto mediante matrici di legno incise a rilievo. Gutenberg, tuttavia, provvide anche al compositoio, quella sorta di piccolo regolo sul quale si allineano i singoli caratteri, che gli consentì di risolvere il problema dell’allineamento delle lettere, che nelle sue opere appare già perfetto. Il suo livello tecnico si può riscontrare nella famosa Bibbia delle 42 linee, cosiddetta perché conta 42 righe per colonna. La conquista di Magonza, in una delle tante guerre di religione dell’epoca, costrinse i tipografi di quella città a disperdersi. Venne meno una sorta di vincolo al segreto e la stampa si diffuse in tutta Europa e particolarmente in Italia.
I primi centri ad accogliere i transfughi sono Subiaco, Roma e Venezia. Il loro esempio è contagioso e, sulla loro scia, si affermano numerosi tipografi locali. Se non deve essere attribuita a Gutenberg anche l’invenzione del torchio, certamente egli perfezionò questo strumento in modo da renderlo idoneo ad una stampa tipografica rapida ed efficace. La pagina da stampare era preparata con caratteri mobili in lega sul compositoio di legno dove veniva stabilita la giustezza (lunghezza) della riga. Per la spaziatura delle righe composte venivano usati spessori di carta o di legno di misure diverse. La pagina composta veniva collocata sul piano del torchio e chiusa in un telaio di ferro rettangolare. I caratteri venivano inchiostrati inizialmente con dei tamponi, in seguito con un rullo di gomma, si appoggiava il foglio di carta da stampare e, mediante la pressione di un altro piano, abbassato per mezzo di una vite senza fine azionata da una leva manuale si otteneva il foglio stampato. Un sistema certamente mutuato da quello dei vignaioli renani, che richiedeva una notevole forza muscolare per esercitare la dovuta pressione. Il tema successivo che i tipografi dell’epoca si trovarono ad affrontare fu quello dell’incisione su lastra. Si vuole che, verso il 1450, l’orafo fiorentino Maso Finiguerra scoprisse questa tecnica appoggiando per caso un piatto di metallo inciso sopra una carta unta d’olio. Probabilmente nelle incisioni vi erano resti di ossido che, combinatosi con l’olio, fece sì che i disegni del piatto si riproducessero sulla carta. Comunicata la scoperta a degli amici pittori, questi iniziarono le loro sperimentazioni su lastre di rame, che divennero di uso comune. Il problema consisteva nel fatto che i caratteri, come le xilografie, avevano le parti stampanti in rilievo, non così le lastre. Poiché l’incisione in rame offriva maggiori possibilità descrittive (i trattati di anatomia e la stessa Enciclopedia di Diderot non avrebbero avuto senso senza tavole minuziosamente dettagliate) si dovette procedere ad una doppia tiratura; su due diversi tipi di torchio, in quanto, per le incisioni, fu messo a punto il torchio calcografico a due rulli. Calcografici vengono denominati quei procedimenti nei quali il soggetto da riprodurre è incavato rispetto alla lastra da stampa. L’inchiostro viene steso su tutta la superficie e successivamente asportato, in modo che rimanga trattenuto solo nei solchi incisi. Alla profondità di questi ultimi corrisponde una maggiore o minore quantità di inchiostro, e, quindi, si ottengono diverse tonalità. E’ una delle tecniche attualmente più diffuse per la produzione di multipli d’arte, mentre la variante industrializzata darà luogo alla stampa rotocalco. Alla fine del quattrocento i tipografi disponevano di due processi di stampa (rilievografico e calcografico) e di un apparato tecnico talmente valido, da resistere, senza mutamenti essenziali, sino alle soglie del XIX secolo.
L’ opera di Maso Finiguerra, incisore orafo fiorentino che avviò il processo di stampa incavografico utilizzato artisticamente con la tecnica dell’acquaforte, in seguito diventerà calcografia e rotocalcografia
I caratteri da stampa
La storia del carattere da stampa viene ispirata da diversi fattori: tecnici, legati alle capacità di esecuzione di matrici e punzoni offerti dalla tecnologia del momento; estetici, influenzati dalla visione generale della cultura dell’epoca e da quella dello stampatore o, in molti casi, da una dinastia di stampatori; pratici, orientati dalle necessità di diffusione del prodotto finito. Ripercorrerla significa anche ripercorrere la storia delle idee e dei movimenti artistici di questi ultimi secoli.
Nel momento in cui Gutenberg iniziava la sua attività, in Germania imperava il gusto gotico ed anche gli amanuensi si conformarono a questo stile. Gutenberg, che non voleva inimicarsi un’influente categoria, si attenne ai modelli correnti anche per la forma delle lettere, che poi continuò ad essere usata in Germania fino ad epoca recente. In Italia, come eredità dell’umanesimo, era dominante il carattere tondo umanistco degli amanuensi, che all’inizio si cercò di trasferire su matrici mobili. Il massimo disegnatore di caratteri di quel periodo fu il francese Jenson, attivo a Venezia, che nel 1470 incise il Cicero, così denominato perché usato per le
Epistulae di Cicerone. Molti altri caratteri dell’epoca, quali il Bembo ed il Poliphilus usati da Aldo Manuzio, prendono il nome della prima edizione cui si riferiscono. Analogamente la misura dei caratteri era definita con il riferimento ad un autore o al titolo di un opera.
In Venezia il lavoro editoriale di Aldo Manuzio ricevette un apporto determinante dalla capacità tipografica e calligrafica di Francesco Griffi che, oltre a modificare, superandoli in perfezione, i caratteri in uso, incise la lettera corsiva, poi chiamata Aldina. Per gli Estienne disegnò una serie di elegantissimi alfabeti Geoffroy Tory e quindi Claude Garamond. Fu questi il primo artista a dedicarsi esclusivamente alla incisione e fusione dei caratteri, traendo spunto dai caratteri aldini, ma rendendoli più semplici, spontanei e leggibili. I suoi caratteri sono ancora oggi usati per la loro funzionalità. Da citare il Granjon, soprattutto per i suoi corsivi che riproducevano con eleganza francese il cancelleresco romano; per la prima volta le maiuscole apparvero con la stessa inclinazione delle minuscole, tutte le lettere furono legate meglio tra loro e venne accentuato il contrasto chiaroscurale delle aste.
Composizione e Illustrazione
Le opere a stampa realizzate in questo periodo sono dette incunaboli, quasi a significare che l’arte tipografica era ancora in cuna, e presentano caratteristiche che li rendono facilmente identificabili: le pagine a larghi margini, necessari alle postille e alle miniature; la mancanza di lettere iniziali, per le quali si lasciavano spazi bianchi da far riempire al miniatore; il grande formato (in foglio o in quarto: il modello è ancora il codice dell’amanuense. In genere gli incunaboli mancano del frontespizio, sostituito nella prima pagina dalla dicitura
incipit (incipit liber) ed è presente, al termine del volume il colophon (da una voce greca che significa coda, estremità) che contiene il nome dello stampatore, data e luogo di stampa. Il massimo stampatore dell’epoca è sicuramente Aldo Manuzio, colto umanista la cui prestigiosa tipografia contribuì in modo determinante alla diffusione dei testi classici. Tra l’altro stampò per primo una collana in formato tascabile, in ottavo piccolo, con tiratura di mille copie per volume, anziché le normali 100-500. Nelle sue opere sono già perfetti i tre elementi tipografici fondamentali: lo stile della lettera (appositamente incisa); la lunghezza ideale delle linee in rapporto alla forza di corpo impiegata; infine, le proporzioni ammirevoli della composizione in rapporto alla pagina. Il libro, lo stampato per eccellenza, nasce già illustrato. L’eredità del codice miniato viene assunta anche come necessità esplicativa, rivolta ad un pubblico in gran parte analfabeta. La tecnica disponibile era quella xilografica, che prevedeva l’incisione del soggetto su legno morbido, praticata fin dagli inizi del secondo millennio. Il primo libro in cui le illustrazioni xilografiche risultano uguali in tutti gli esemplari è l’Edelstein, edito a Bamberga. Le illustrazioni vennero stampate posteriormente al testo nella prima edizione del 1462 e contemporaneamente al testo nella seconda, eseguita l’anno successivo. Nei primi decenni la xilografia svolgeva un ruolo puramente illustrativo, privo di autonomia artistica, o decorativo, volto a creare motivi geometrici ripetitivi e bordi ornamentali. Il primo testo a stampa illustrato è l’Hypnerotomachia Poliphili, scritta a Verona nel 1467 e pubblicata a Venezia nel 1499 dall’editore-umanista Aldo Manuzio. E’ un libro singolare e bizzarro, ma anche un capolavoro insuperato per la presenza di preziose e raffinatissime xilografie di autore ignoto, che servono perfettamente ad illustrare il testo. Fu Albrecht Dürer, mediante il perfezionamento della tecnica del disegno e l’unione di un’acuta osservazione della natura con l’acquisizione della prospettiva tridimensionale, ad elevare la xilografia al rango di espressione artistica, nelle sue grandi serie: l’Apocalisse, La grande Passione e La vita della Vergine, comprese tra il 1499 ed il 1511. Le sue conquiste vennero continuate da Grien, Lucas Cranach e, successivamente, da Hans Holbein. Lo stesso Dürer utilizzò anche l’incisione su lastra: incisione a bulino, acquaforte, puntasecca, mezzatinta e acquatinta sono le principali varianti di questa tecnica. Mentre la xilografia ha le sue radici nell’astrazione, nella sintesi e in una certa rigidità ed austerità della linea, che interpreta perfettamente la mentalità medievale, l’incisione, grazie al gioco delle sfumature consente una resa più analitica dell’immagine. La parallela diffusione dell’istruzione favorì il passaggio da una concisa astrazione di elementi simbolici ad un realismo libero nell’espressione.
Gli editori
Se risaliamo agli albori della tipografia, il tipografo è un artigiano colto, in possesso di una grande abilità manuale, ma è anche un intellettuale, perché deve conoscere i testi classici di autori latini, greci ed anche di poeti e filosofi “moderni”, come Dante, Petrarca, Boccaccio. In alcuni paesi è autorizzato a portare al fianco la spada, come soldati e gentiluomini. Successivamente, fino al Bodoni e con qualche eccezione più tarda, trionfa la figura del tipografo-editore, progettista totale quando non anche esecutore delle proprie opere. Il massimo stampatore dell’epoca è sicuramente Aldo Manuzio, colto umanista la cui prestigiosa tipografia contribuì in modo determinante alla diffusione dei testi classici. Tra l’altro stampò per primo una collana in formato tascabile, in ottavo piccolo, con tiratura di mille copie per volume, anziché le normali 100-500. Nelle sue opere sono già perfetti i tre elementi tipografici fondamentali: lo stile della lettera (appositamente incisa); la lunghezza ideale delle linee in rapporto alla forza di corpo impiegata; infine, le proporzioni ammirevoli della composizione in rapporto alla pagina. Famosa fu la controversia che vide contrapposto al Manuzio l’incisore bolognese Francesco Griffi, ideatore del carattere corsivo, poi denominato Aldino per l’identificazione dell’uso nella tipografia veneziana. Griffi si sentì usurpato dell’onore, tanto da troncare la collaborazione con il Manuzio e fondare un’altra tipografia in proprio.